NO. Molti studi scientifici hanno dimostrato che il consumo di caffè, in dosi moderate, non provoca aritmie.

Diversi studi hanno dimostrato che il caffè consumato in dosi moderate non provoca disturbi del ritmo cardiaco. Tale evento può verificarsi solo in caso di forte consumo (7-9 tazzine al giorno) ed è dovuto alla caffeina contenuta nel caffè.

Sì ma l'effetto del consumo di caffè, in dosi moderate, sui soggetti ipertesi, pur consistente nell'immediato, diminuisce poco dopo in quanto l'organismo si adatta all'introduzione di caffeina controllandone gli effetti negativi sulla pressione.

Nei soggetti sani la caffeina contenuta nel caffè si è dimostrata in grado di far aumentare la pressione solo in dosi elevate. L'effetto del caffè bevuto in dosi moderate (fino a tre tazzine al giorno) è invece assai più modesto.

SÌ. La caffeina è contenuta in molte bevande a base di cola, negli energy drink, nel the e nella cioccolata.

Dipende dal grado di ipertensione e dal consumo di altre bevande contenenti
caffeina. In ogni caso è bene mantenersi sotto il livello di 3 tazzine al giorno o consumare caffè decaffeinato.

NO se si consuma caffè filtrato o preparato all'italiana (moka o espresso). L'effetto infatti dipende dal tipo di preparazione della bevanda che permette di trattenere o meno alcuni composti ad azione ipercolesterolemizzante, cosa che accade con il consumo di caffè bollito.

L'eventuale effetto ipercolesterolemizzante è dovuto alla presenza nella bevanda di composti di natura lipidica (diterpeni) presenti originalmente nel chicco.

NO.

Anche in questo caso l'effetto ipercolesterolemizzante è dovuto alla presenza nella bevanda di composti di natura lipidica (diterpeni) presenti originalmente nel chicco. La decaffeinizzazione toglie la caffeina ma non i diterpeni. Perciò per il decaffeinato valgono le stesse considerazioni fatte sul caffè con caffeina.

SÌ se si abusa nel suo consumo.

Il forte consumo di caffè (≥ 9 tazze) incrementa i livelli di omocisteina che insieme al colesterolo è un importante marker di rischio coronarico.

SÌ. Se nella dieta giornaliera non esistono altri introiti di caffeina, è consigliabile un consumo moderato (non oltre 3 tazzine al giorno).

Alcuni studi italiani hanno evidenziato che non esiste alcuna correlazione tra consumo di caffè ed eventi cardiovascolari in pazienti che avessero già subito un infarto.

SÌ. In diversi casi si è visto che il caffè può interferire con i farmaci sia riducendo la loro efficacia che aumentando gli effetti della caffeina.

È bene quindi controllare le avvertenze riportate nel foglietto illustrativo del farmaco.

Per quanto riguarda i farmaci cardiovascolari non risultano interferenze (non viene riportata alcuna segnalazione neppure sul testo internazionale di Farmacologia Goodman e Gillman).

SÌ purché si consumi caffè a dosi moderate e non zuccherate.

Purché il paziente non soffra di ipertensione grave.

SÌ, è possibile.

Il possibile effetto di riduzione del rischio di malattie cardiovascolari e di patologie infiammatorie associato al consumo di caffè potrebbe essere la conseguenza delle sue capacità antiossidanti. La presenza di sostanze come polifenoli, e composti eterociclici rende il caffè una delle maggiori fonti alimentari di antiossidanti.

NO. È preferibile consumare il decaffeinato.

In soggetti sensibili il caffè può generare un sonno disturbato soprattutto nelle prime fasi. Pertanto in questi casi è preferibile consumare il caffè decaffeinato o prendere l'ultimo caffè nel primo pomeriggio.

SÌ purché non contemporaneamente agli antidepressivi.

La caffeina interagisce positivamente sull'azione di diversi recettori favorendo una situazione di benessere. Pertanto non c'è motivo di vietarne l'uso al paziente depresso che può trarne qualche beneficio dal punto di vista psicologico. È bene comunque evitare l'ingestione contemporanea di caffè e di farmaci antidepressivi.

NO anzi ha una azione positiva.

Si è visto che la caffeina stimola la capacità di concentrazione, risveglia le facoltà mentali favorendo la memoria.

NO viceversa può proteggere da questa malattia.

Numerosi studi hanno dimostrato che un consumo regolare di caffè possa addirittura proteggere dalla insorgenza di tale morbo.

NO non incide negativamente, anzi può aiutare a prevenirlo.

Dati ottenuti a livello molecolare confermano un'attività protettiva della caffeina nei confronti dei meccanismi cellulari che portano al Parkinson, ad esempio prevenendo la tossicità dopaminergica, responsabile del danno causato ai neuroni della substantia nigra.

NO. Il caffè può talvolta scacciare una crisi emicranica.

La caffeina associata all'indometacina infatti è uno dei principi attivi dei farmaci utilizzati nella terapia dell'emicrania.

NO per la maggior parte dei tumori.

Il consumo di caffè non è associato al rischio di incidenza nella maggior parte dei tumori, inclusi quello della mammella, della prostata e del retto. Per altri tumori i dati sono scarsi, ma comunque rassicuranti, nel senso che nessun tumore sembra associato in modo forte e causale con il consumo di caffè.

SÌ (ma ancora in dubbio) per il solo tumore della vescica.

Vi sono dei dubbi che possa esistere una qualche associazione diretta significativa tra consumo di caffè e tumore della vescica. La causalità di tale associazione non è però sicura, in quanto non è chiaro se vi sia un aumento del rischio con l'aumento del consumo di caffè. In ogni caso se vi è un aumento di rischio è comunque piccolo.

Sembra di SÌ nei confronti del tumore del fegato e del colon.

Per il tumore del fegato, tutti gli studi epidemiologici sono concordi nel suggerire un'associazione inversa, dose-dipendente e biologicamente plausibile con il rischio di tale tumore. Tuttavia, la causalità di tale associazione inversa va approfondita con altri studi. Per il tumore del colon, la maggior parte dei risultati epidemiologici suggerisce una diminuzione, da parte del caffè, del rischio biologicamente plausibile. Tuttavia l'inconsistenza tra i risultati degli studi di coorte e caso-controllo lascia aperto il quesito.

Sembra di SÌ.

Una recente revisione della letteratura (maggio 2008), condotta su una coorte di 85.987 donne, non ha mostrato correlazioni fra il consumo di caffè (caffeinato e decaffeinato) e l'insorgenza di tumori mammari. Inoltre, una debole correlazione inversa è stata dimostrata fra il consumo di bevande contenenti caffeina ed il rischio di tumore della mammella, dopo la menopausa (effetto protettivo).

NO. Il caffè può migliorare i processi digestivi. Solo in caso di dispepsia funzionale è ragionevole moderarne il consumo a stomaco vuoto.

Nessuno studio ha evidenziato una correlazione tra consumo di caffè ed insorgenza di dispepsia, ed esso può anzi migliorare i processi digestivi. Già nella prima fase (quella orale) il caffè favorisce una maggiore produzione di saliva; stimola poi la secrezione acida gastrica, la secrezione pancreatica esocrina e quella biliare; incrementa infine la motilità intestinale. In singoli pazienti affetti da dispepsia funzionale l'elevato consumo di caffè può però peggiorarne i sintomi; in questi casi può essere ragionevole moderarne il consumo, soprattutto a digiuno.

SÌ. Il caffè stimola la secrezione gastrica, attiva la produzione della bile e la contrazione della colecisti. Pertanto assunto dopo il pasto facilita la digestione.

NO. Qualora però vi fossero disturbi gastrici derivanti da una eccessiva secrezione gastrica (gastriti, ulcera, ecc.), è bene limitare l'assunzione di caffè oltre che di bevande gassate o alcoliche.

Chi soffre di reflusso gastroesofageo spesso riferisce bruciori retrosternali conseguenti al consumo di caffè. Questo può anche dipendere dall'azione diretta della bevanda calda su una mucosa esofagea già irritata, o da altri fattori non del tutto conosciuti: in questi casi è bene ridurne il consumo o limitarsi a 1-2 caffè decaffeinati al giorno.

In generale, gli studi sugli effetti del consumo di caffè sul reflusso gastroesofageo hanno fornito dati discordanti e sembra che nel soggetto sano questi effetti siano nulli: il caffè o la caffeina non provocherebbero né una riduzione della tenuta dello sfintere esofageo inferiore né una riduzione del pH esofageo. Le misure igienico dietetiche sono state ampiamente ridimensionate nel trattamento di questa patologia; quelle rivelatesi più efficaci sono state la riduzione del peso corporeo e dei pasti abbondanti. Data la possibile utilità nel ridurre i sintomi in alcuni pazienti, i gastroenterologi suggeriscono dunque di dimagrire, evitare pasti abbondanti, alcoolici, fumo, bevande con caffeina, grassi in eccesso, menta, cioccolato, succhi d'agrumi non diluiti, spezie, e di scegliere, appunto, il caffè decaffeinato, nella quantità di 1-2 tazzine al giorno.

SÌ ma in dose moderata (non oltre 3 tazzine al giorno). È opportuno però, in caso di ulcera peptica in fase acuta, limitarne ulteriormente il consumo, in particolare a stomaco vuoto.

La caffeina stimola la secrezione gastrica acida e può ridurre la formazione del muco. Ciò nonostante non esiste nessuna prova di una correlazione fra consumo normale di caffè e comparsa di ulcera gastrica o duodenale. Diversi studi hanno dimostrato che bevande contenenti caffeina non peggiorano i sintomi della ulcera peptica, peraltro ben controllabili con l'uso di appropriate terapie farmacologiche.

NO. Anzi si è visto che tra i consumatori di caffè vi sono meno pazienti con transaminasi elevate, specialmente tra i forti bevitori di alcol.

È stato dimostrato che vari componenti del caffè esercitano un effetto protettivo nei confronti di varie patologie epatiche, quali cirrosi, litiasi colecistica e tumori, con meccanismi ancora non del tutto noti.

SÌ. Un consumo regolare di caffè (non oltre 300 mg di caffeina al giorno pari a 4 tazzine) è associato ad un ridotto rischio di calcoli alla colecisti, in quanto favorisce lo svuotamento della cistifellea.

La maggior parte degli studi condotti a questo riguardo ha dimostrato che un consumo regolare di caffè è associato ad un ridotto rischio di litiasi della colecisti, anche per la sua azione di stimolo allo svuotamento della cistifellea. L'effetto protettivo sembra scomparire se si superano i 300 mg/die di caffeina. Se però si è in presenza di calcoli biliari che impediscano il regolare svuotamento della cistifellea, il caffè può contribuire all'insorgenza di una colica biliare.

SÌ. Il caffè, anche quello decaffeinato, stimola la motilità del colon nell'arco temporale di circa 4 ore dalla sua ingestione. Pertanto il consumo di caffè deve essere tarato sulla sensibilità del paziente.

Gli studi condotti hanno dimostrato che in circa un terzo dei soggetti affetti da sindrome del colon irritabile, tale stimolazione si traduce in un bisogno urgente di svuotare l'intestino. La comparsa di scariche diarroiche diviene più probabile in chi già presenti tale sintomatologia o soffra di colon irritabile nella variante caratterizzata da diarrea. La quantità di caffè da ingerire va perciò tarata sulla sensibilità individuale a tali effetti.

SÌ se il consumo è eccessivo.

Un eccessivo consumo di caffè è correlato anche ad un peggioramento della stipsi, probabilmente a causa del suo effetto diuretico, che porta ad una diminuzione del contenuto di acqua intestinale. Anche in questo caso andrà valutata la sensibilità individuale.

NO se non se ne consuma troppo.

Per quanto riguarda l'apparato renale, la caffeina provoca una vasodilatazione delle arterie renali, e quindi un aumento della diuresi, nonché un incremento della concentrazione urinaria di Na e di K. Inoltre aumenta l'escrezione urinaria di calcio, per consumi superiori alle 4 tazzine di caffè al giorno e solo in soggetti con una assunzione di calcio e vitamina D particolarmente bassa o predisposti geneticamente alla osteoporosi. Di conseguenza, la eventuale controindicazione in caso di calcolosi calcica sembra riguardare soltanto quantità elevate di consumo.

SÌ se non se ne abusa. 

Il caffè diluito o infusi di te possono fare parte di un corretto regime dietetico nell'insufficienza renale cronica in quanto rallentano la progressione della malattia. Tuttavia l'abuso di caffè può avere un'azione irritante a livello renale in pazienti con insufficienza renale.

SÌ perché aumenta la diuresi.

La caffeina aumenta la diuresi riducendo probabilmente il riassorbimento tubulare del sodio e aumentando il filtrato glomerulare.

SÌ. È vero. Il leggero effetto diuretico della caffeina può provocare questo stimolo.

La vasodilatazione delle arterie renali provocata dalla caffeina (così come da composti analoghi) induce un leggero effetto diuretico creando problemi a chi soffre di incontinenza urinaria. Sembra però che al fenomeno concorra anche un effetto diretto della caffeina sul detrusore - simile all'effetto esercitato sui muscoli scheletrici - con aumento della pressione vescicale durante il suo riempimento.

È un effetto soggettivo da ipersensibilità individuale. 

Non si conoscono dati al riguardo. Si tratta probabilmente di un effetto soggettivo dovuto a ipersensibilità individuale in presenza di una preesistente infiammazione delle vie urinarie, di natura batterica o chimica.

SÌ entro le 3-4 tazzine di caffè al giorno. 

È dimostrato che 3-4 tazzine di caffè al giorno non modificano la funzione renale nei pazienti con un quadro di insufficienza lieve/moderata di questi organi.

NO se si consuma alle dosi raccomandate (3-4 tazzine al giorno). 

Il consumo moderato di caffè (300mg/die di caffeina) non incide, sia negli uomini che nelle donne, sulla riproduzione. Anzi, nei maschi alcuni studi hanno evidenziato un aumento della motilità degli spermatozoi e questo potrebbe significare un aumento della fertilità maschile.

Assolutamente NO; la caffeina infatti non interagisce con i farmaci che curano la disfunzione erettile.

Un consumo moderato di caffè non interagisce con l'assunzione di farmaci che curano la disfunzione erettile.

NO anzi sembrerebbe favorirla.

Uno studio epidemiologico, condotto su alcune migliaia di pazienti in Finlandia, non ha mostrato associazioni fra la disfunzione erettile ed il consumo di caffè. Anzi uno studio del 1990 ha dimostrato una più elevata attività sessuale nei maschi che consumavano almeno una tazza di caffè al giorno (lo stesso effetto veniva riscontrato anche per l'attività sessuale delle femmine).

NO. Macchiare il latte con poco caffè non può incidere sulla iperattività.

Meno di una tazzina di espresso non dovrebbe incidere sui problemi di iperattività del soggetto in quanto gli effetti psicostimolanti della caffeina si verificano solo a dosi elevate. In casi del genere è bene approfondire sia il tipo di regime alimentare del bambino, sia la vita che conduce (fisica e psicologica).

SÌ sempre in dosi moderate.

La caffeina ha la proprietà di rilasciare la muscolatura liscia. Pertanto nel dolore mestruale il consumo di caffè può attenuare le forti contrazioni uterine.

Solo un po' in quanto fa aumentare il dispendio energetico di base.

Più che bloccare l'appetito (che pure in alcuni casi si può registrare) il caffè agisce sul metabolismo stimolando la termogenesi e perciò aumentando il dispendio energetico. Inoltre migliora l'utilizzazione dell'energia da substrati lipidici. Pertanto può favorire la riduzione del peso corporeo.

SÌ, purché in dose moderata. 

Si è visto che un consumo moderato di caffè allevia sia la cefalea tensiva che l'emicrania, potenziando anche l'azione dei comuni antalgici. Al contrario un consumo eccessivo (6-8 tazze) può provocare un aumento della cefalea.

NO purché in dose moderata (< di 3 tazzine al giorno). 

È stato dimostrato che un consumo moderato di caffè non ha effetti negativi né sulla salute della gestante né su quella del nascituro.

NO è meglio astenersi.

La caffeina passa nel latte materno e quindi fa sentire i suoi effetti sul neonato. Pertanto è bene astenersi in questo periodo dal consumo di caffè o ricorrere a prodotti decaffeinati.

NO se il calcio e la vitamina D introdotti con la dieta sono sufficienti.

Nonostante la caffeina aumenti l'escrezione urinaria del calcio, gli studi più recenti hanno dimostrato che un rischio di osteoporosi esiste solo in casi di apporto insufficiente di calcio e vitamina D, e di predisposizione genetica ed esclusivamente per consumi elevati (superiori alle 4 tazzine al giorno).

NO soprattutto se consumato in dosi moderate (3 tazzine al giorno)

Non risulta che tale malattia cronico- degenerativa sia correlata al consumo di caffè in dosi moderate. Più importante è verificare lo stile di vita del soggetto e il suo regime alimentare, che influiscono sul peso corporeo.

SÌ entro le 3-4 tazzine al giorno. 

Anche se più sensibile alla caffeina, il soggetto anziano può trarne beneficio per aumentare la performance psico-fisica. Inoltre un caffè dopo il pasto riduce il calo pressorio di cui spesso gli anziani soffrono.

SÌ.

Numerose evidenze cliniche mostrano che il declino cognitivo è dimezzato nei soggetti che avevano l'abitudine di consumare regolarmente 3 tazzine di caffè al giorno.

Probabilmente solo per abitudine perché non sembra esistere alcun legame farmacologico tra l'abitudine al fumo e il consumo di caffè.

È ben noto che l'abitudine al fumo si accompagna spesso al consumo di caffè. Si sa che i tempi di dimezzamento epatici della caffeina sono ridotti nei fumatori: la nicotina accelera la clearance della caffeina mentre la caffeina non esercita alcun effetto sul metabolismo della nicotina. Non è stato però accertato se l'astinenza dal fumo si accompagni, come sarebbe logico aspettarsi, ad una diminuzione del consumo di caffè.

NO.

La caffeina non crea dipendenza. Tuttavia una interruzione brusca può fare insorgere in alcuni soggetti una leggera sindrome di astinenza, peraltro di breve durata, che può essere evitata riducendo gradualmente l'ingestione.

Tre sono i procedimenti: per mezzo dell'acqua, per mezzo dell'anidride carbonica, per mezzo di solventi particolari.

I tre procedimenti vengono effettuati sul caffè verde, pertanto con la tostatura (che avviene a elevate temperature) non resta traccia alcuna di composti estranei.

NO. Anzi laddove si desideri consumare un caffè in più e vi siano restrizioni legate a patologie particolari, il decaffeinato, seppur senza caffeina, apporta tutte le altre molecole benefiche (soprattutto antiossidanti) contenute in un caffè normale. 

SÌ. Il caffè stimola la capacità di concentrazione, risveglia le facoltà mentali e aumenta il rendimento. 

SÌ. Anche nello sport sono necessarie la concentrazione e la tonicità muscolare.

Il caffè può essere un ottimo aiuto, in quanto aumenta la capacità di svolgere lavoro muscolare specialmente per le prestazioni di lunga durata, e favorisce una maggiore contrattilità dei muscoli scheletrici.

SÌ. Non è comunque una buona strategia aumentare per questo le dosi di caffè consumate.

Secondo alcuni recenti studi sembra che i consumatori abituali di caffè siano meno a rischio di insorgenza del diabete di tipo 2.

SÌ. Non esistono controindicazioni fatto salvo il quantitativo di zucchero aggiunto per dolcificarlo.

SÌ. Il consumo di caffè sembra diminuire il rischio di diabete 2 nel periodo postmenopausale.

Uno studio pubblicato nel 2006 effettuato in donne nel periodo post menopausale ha evidenziato che il consumo di caffè può ridurre il rischio di diabete di tipo 2 del 33%. L'acido clorogenico contenuto nel caffè infatti, sembra inibire l'assorbimento del glucosio a livello intestinale.

SÌ. L'effetto è stato riscontrato sia su donne diabetiche sia su donne sane, che consumano 4 o più tazze di caffè al giorno.

In una recente pubblicazione (maggio 2008) è stato dimostrato che le donne, sia sane, sia diabetiche, che consumano 4 o più tazze di caffè al giorno, presentano concentrazioni plasmatiche più elevate di adiponectina (ormone con effetti protettivi sull'insorgenza del diabete e sul miglioramento degli indici di sindrome metabolica).

SÌ. Il caffè sembra avere un effetto protettivo in quanto riduce l'uricemia.

Studi recenti hanno evidenziato la capacità del caffè di ridurre l'uricemia; il consumo di caffè si associa inoltre ad un minor rischio di attacchi gottosi negli uomini sopra i 40 anni. L'effetto non è legato alla caffeina, ma probabilmente ad altri componenti della bevanda. Il caffè non è quindi controindicato, ed anzi parrebbe avere un effetto protettivo.

SÌ. Sembra che il consumo di caffè possa ridurre la pressione intraoculare.

È possibile che la riduzione dello stress ossidativo, specialmente a livello mitocondriale operata dai composti polifenolici, contenuti nel caffè, abbassi la pressione intraoculare, diminuendo, perciò, il rischio delle complicanze del glaucoma.