Sindrome Metabolica: tienila lontana con un consumo regolare di caffè

A confermarlo un  recente studio condotto da alcuni ricercatori dello Spanish National Research Council e della Ciudad Universitaria de Madrid, pubblicato sull’European Journal of Nutrition

 

Una recente ricerca condotta da alcuni studiosi  dello Spanish National Research Council (CNRC) e della Ciudad Universitaria de Madrid (UCM), pubblicato sull’European Journal of Nutrition[1], indicherebbe che il consumo regolare di caffè produca effetti positivi sulla pressione sanguigna e sui livelli di glucosio e trigliceridi nel sangue, contribuendo quindi a prevenire lo sviluppo della Sindrome Metabolica.

La sindrome metabolica – detta anche Sindrome X o da insulino-resistenza – è una situazione clinica legata al sovrappeso e all’obesità, dovuta alla compresenza di diversi fattori di rischio che aumentano le probabilità di sviluppare malattie cardiache.

Lo studio dei ricercatori spagnoli ha dimostrato che al termine del periodo di osservazione durato 8 settimane, in due gruppi distinti formati uno da soggetti sani e un altro da soggetti con valori di colesterolo superiori alla norma (ipercolesterolemici), dopo l’assunzione di caffè è diminuita la pressione sanguigna sistolica e diastolica, così come la percentuale di grasso corporeo. Anche la concentrazione di glucosio e la resistenza all’insulina sono diminuite, così come i livelli di trigliceridi, ma con un’evidenza molto più marcata nel gruppo di persone con livelli di colesterolo superiori alla norma.

A questo proposito, la Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione (SISA) commenta:  

L’interessante studio di B. Sarria e coll. è un’ulteriore conferma dei molti risultati che già da circa 20 anni indicavano un certo effetto protettivo del caffè su varie patologie facenti parte del concetto generale di sindrome metabolica. Ci riferiamo, ad esempio, alle correlazioni inverse riscontrate in numerosi studi fra consumo di caffè e incidenza di malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete, aggregazione piastrinica e, complessivamente, fra consumo di caffè e mortalità in generale. Ma lo studio in questione va segnalato perché  non è uno studio osservazionale, cioè non si limita a mettere in relazione un determinato comportamento con un determinato outcome di salute, ma invece valuta se un determinato intervento produce un cambiamento. Da sottolineare, inoltre, l’ampia e articolata gamma di indici di riferimento presi in esame (quali leptina, PAI-1, visfatina e resistina)  e l’alta significatività delle variazioni riscontrate, tutte sostanzialmente favorevoli, in particolare per i soggetti con elevati livelli di colesterolemia. Infine, è certamente interessante, anche se da confermare, l’ipotesi che una diminuzione della percentuale di grasso corporeo sia da correlare ai minori livelli di leptina, PAI-1 e resistina che conseguono al consumo di caffè.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si può parlare di Sindrome Metabolica in presenza di almeno tre dei seguenti fattori:

-          obesità addominale, convenzionalmente definita in caso di una circonferenza vita maggiore di 80 cm per le donne e maggiore di 94 cm per gli uomini;

-          glicemia alta oltre 100 mg/100 ml;

-          trigliceridi con valori maggiori o uguali a 150 mg/dl;

-          colesterolo HDL, minore di 40 mg/dl negli uomini e minore di 50 mg/dl nelle donne;

-          ipertensione arteriosa con valori maggiori o uguali a 140/90 mmHg.

La causa principale della diffusione di questa sindrome è l’aumento dei fattori di sovrappeso e obesità in fasce di età sempre più giovani e anche in quelle aree geografiche un tempo caratterizzate da una dieta e uno stile di vita sano, come la Grecia o la Francia. Consultando i dati del 2010 – ultima stima effettuata dall’Osservatorio Epidemiologico – risulterebbe che circa il 34% della popolazione mondiale sia affetta da Sindrome Metabolica, e che la fascia in cui maggiormente si riscontra questa patologia sia quella compresa tra i 65 e i 74 anni, soprattutto tra la popolazione femminile.

Il caffè, assunto quotidianamente in sicurezza per centinaia di anni, è parte integrante della storia e della cultura nel nostro Paese; il suo consumo è fortemente radicato nei costumi alimentari degli italiani, che si esprimono attraverso le pratiche e i valori della dieta mediterranea, riconosciuta tra le migliori del mondo.

Un’assunzione moderata di caffè, tipicamente 3-5 tazzine al giorno, come indicato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) nel suo parere sulla sicurezza della caffeina, viene associata nella letteratura scientifica a una serie di benefici fisiologici e può far parte di una dieta sana ed equilibrata e di uno stile di vita attivo.

[1] B Sarria et al, 2016. Regularly consuming a green/roasted coffee blend reduces risk of metabolic syndrome, European Journal of Nutrition, published online

  • Department of Metabolism and Nutrition, Institute of Food Science, Technology and Nutrition (ICTAN-CSIC), Spanish National Research Council (CSIC), José Antonio Nováis 10, 28040, Madrid, Spain.
  • Department of Nutrition and Bromathology I, School of Pharmacy, Complutense University of Madrid (UCM), Ciudad Universitaria, s/n, 28040, Madrid, Spain.